Giocare è una Cosa Seria (anche se ti hanno insegnato il contrario)

Giocare è una Cosa Seria (anche se ti hanno insegnato il contrario)

C’è un momento preciso nella vita di ogni essere umano in cui qualcuno gli dice: “Adesso basta giocare.”

Di solito coincide con la fine dell’infanzia. O con l’inizio del mutuo.

Da quel momento in poi, il gioco diventa un passatempo. Un vezzo. Una perdita di tempo elegante. Una cosa che fai “quando puoi”.

Spoiler: biologicamente parlando, è una sciocchezza!

Il cervello umano è progettato per giocare

Non è poesia. È neuroscienza.

Il ricercatore Jaak Panksepp ha identificato nel cervello dei mammiferi un sistema emotivo primario chiamato “PLAY”. Non è un’opinione culturale: è un circuito neurobiologico antico, radicato nei gangli della base, attivo in tutte le specie sociali.

I cuccioli giocano per sviluppare coordinazione, regolazione emotiva, competenze sociali.
Gli adulti continuano a giocare per mantenere flessibilità cognitiva, capacità di cooperazione e resilienza allo stress.

Quando giochiamo, il cervello rilascia dopamina, ossitocina, endorfine ma anche parolacce e tavoli ribaltati.

Tradotto: benessere, legame sociale, motivazione ed economia circolare (visto che dovrete ricomprare il tavolo ribaltato)

“Ma io sono adulto”

Lo psicologo Jean Piaget spiegava che il gioco è il laboratorio attraverso cui costruiamo le nostre strutture cognitive. E no, non smette di funzionare con l’arrivo della tessera elettorale a 18 anni.

Quando pianifichi una strategia in un gestionale, stai allenando funzioni esecutive.
Quando bluffi, stai esercitando teoria della mente.
Quando perdi e continui a giocare, stai allenando tolleranza alla frustrazione.

La differenza tra un bambino che gioca e un adulto che gioca è solo la complessità del sistema di regole.

E forse la quantità di scatole in libreria.

Il gioco è il fondamento della cultura

Lo storico Johan Huizinga nel suo libro Homo Ludens sostiene una tesi quasi scandalosa: la cultura nasce dal gioco.

Diritto, conflitto, sport, competizione economica: tutti sistemi basati su regole condivise in uno spazio simbolico separato dalla realtà ordinaria.

Il gioco crea quello che Huizinga chiama “cerchio magico”: uno spazio in cui accettiamo volontariamente regole arbitrarie per generare significato.

Ti suona familiare? È esattamente quello che succede quando intorno a un tavolo diciamo: “Avete capito le regole? Ma come no!?! Vabbè facciamo un giro di prova…”

E quindi perché continuiamo a giustificarci?

“Non ho tempo.” “Ormai ho una certa età.” “Ci sono cose più importanti.” Forse sì.

Ma forse il gioco è proprio ciò che rende le altre cose sostenibili.

Il punto non è comprare un altro titolo (anche se sappiamo tutti che succederà).
Il punto è non perdere quella capacità di entrare nel cerchio magico e dire:
“Per un’ora, il mondo funziona così.”

Perché è lì che alleniamo tutto il resto.

Sono la prova che, nonostante mutui, riunioni e bollette, il nostro cervello sta ancora facendo quello per cui è stato progettato milioni di anni fa.

Giocare.

E francamente, è una delle poche cose che ci riesce ancora bene.

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